L’Amore Eucaristico e comunitario

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(Traduzione dal greco e commento a cura di d. Carlo De Ambrogio)

15Dopo di aver mangiato, Gesù disse a Simone Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose Pietro: «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo». Gli disse Gesù: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse ancora, una seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». Gli rispose: «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, davvero mi ami tu?». Pietro si rattristò perché Gesù gli aveva chiesto per la terza volta: «Davvero mi ami tu?», e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu lo sai che io ti amo!». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, davvero mi ami tu?». Pietro si rattristò perché Gesù gli aveva chiesto per la terza volta: «Davvero mi ami tu?», e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu lo sai che io ti amo!». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecorelle. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri giovane ti mettevi da te la cintura e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio stenderai le mani e un altro ti metterà la cintura e ti condurrà dove tu non vorrai». 19Disse questo per indicare con quale genere di morte doveva glorificare Dio. Ciò detto, aggiunse: «Seguimi!».

(Gv 21, 15-19)

Dopo di aver mangiato: è significativo questo inciso. È un pasto, con tutta probabilità eucaristico, perché si sa che tutti questi pasti dopo la risurrezione di Gesù sono pasti essenzialmente eucaristici. È un mattino di primavera, di una limpidezza meravigliosa. La località dove Gesù apparve a Pietro si chiama attualmente Tagha; vicino ci sono delle sorgenti. Le onde del lago di Tiberiade sciacquano contro la sponda; è un murmure, un canto di acqua perenne

Disse a Simone Pietro. Qui Giovanni usa i due nomi. Simone, è il nome nativo, originario; Pietro è il nome nuovo che gli ha dato Gesù. Gesù chiede, rivolgendosi al suo prediletto (che mette a capo della Chiesa) col nome originario:

Simone di Giovanni, mi ami tu? Gli chiede un amore umano, totale, sommo, esclusivo; si rivolge alla sua personalità umana. Simone è il suo nome comune: Simone o Simeone. Pietro è il nome nuovo che gli ha dato Gesù: vuol dire roccia incrollabile; è un nome teoforo.

Prima Gesù gli aveva manifestato il suo amore immenso donandosi in pasto (cibo eucaristico); adesso gli chiede il contraccambio.

Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Si può anche tradurre: «Mi ami tu più di queste cose?». Gesù gli chiede amore, ma un amore comparativamente più grande. È sbagliato dire che si deve amare tutti ugualmente; Gesù prediligeva. È sbagliato dire che non bisogna amare gli oggetti e le cose. Gesù vuole verso di lui un amore più grande di quello che si ha per le cose. «Mi ami tu più di queste cose?»: Pietro era ritornato alla sua famiglia, al suo lavoro di un tempo. «Più di quanto tu ami costoro?»: i suoi compagni, sette in tutto. Gesù chiede un amore comparativamente più grande.

Gli rispose Pietro: ecco la risposta generosa di Pietro: «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo». Mette l’accento su quel «tu». Si ricorda dello sbaglio commesso, quando nell’ultima cena aveva messo l’accento sull’«io»: «Io darò la mia vita per le» (Gv 13,37).

Adesso è diventato più cauto, guardingo, dopo la triplice frana, dopo il triplice rinnegamento: rinnegamento che in realtà fu una maledizione lanciata contro Gesù, la maledizione più terribile che scagliavano gli Ebrei. «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo».

Gli disse Gesù: «Pasci i miei agnelli». Agnelli e pecorelle è la stessa cosa. Gli dà l’ufficio di pastore, gli dà una funzione vicaria; è Gesù il buon Pastore. Il Pastore conduce le pecore al pascolo, il pastore protegge le pecore, il pastore nutre le pecore, il pastore dà la vita per le pecore.

Gli disse ancora, una seconda volta: «Simone» figlio di Giovanni, mi ami tu?». Nella seconda volta l’interrogativo mette l’accento su quel «ami tu me?»: un amore cristocentrico. Il primo è un amore comparativamente più grande per Gesù che non per le creature e per le cose; la seconda domanda invece, rivela e chiede un amore cristocentrico, cioè concentrato su Gesù.

Gli rispose: «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo». La risposta di Pietro è identica alla prima; di nuovo Pietro mette tutta la sua forza e la sua fiducia nel «tu» di Gesù.

Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli conferma la funzione vicaria di pastore.

Tre domande

Gli disse per la terza volta: perché per la terza volta? Per gli Ebrei il tre è la perfezione, supera le possibilità umane. Pensate al capitolo 6° di Isaia, dove compare il trisagio, il tre volte Santo: Santo, Santo, Santo (Is 6,3). Quando gli Ebrei vogliono fare un superlativo, raddoppiano l’aggettivo: Santo, Santo. Quando vogliono superare il superlativo, allora triplicano l’aggettivo. Qui Gesù chiede un triplice amore, un amore totale: «Simone, figlio di Giovanni, davvero mi ami tu?». Questa volta interroga a fondo Pietro, gli ordina di dare uno sguardo nelle profondità del suo cuore per vedere se c’è amore totale.

La prima volta si tratta di amore comparativamente più grande; la seconda volta di amore teocentrico o cristocentrico; la terza volta di un esame di coscienza, di uno scandaglio nelle profondità del cuore. È radicato lì l’amore perGesùDavvero mi ami tu?

Pietro si rattristò perché Gesù gli aveva chiesto per la terza volta: «Davvero mi ami tu?». La tristezza ghermisce Pietro alla terza domanda perché gli ricorda il terzo rinnegamento, la terza maledizione lanciata contro Gesù.

E gli disse: «Signore, tu sai tutto»; ecco cosa voleva Gesù, un «tutto», un amore totalitario: «Tu lo sai che io ti amo!». È la dichiarazione più stupenda di amore a Gesù: « Tu sai tutto»: mette l’accento su Gesù; fa rilevare la totalità delle esigenze di Gesù e gli ripete di nuovo l’affermazione cosi bella: « Tu lo sai che io ti amo!».

Gesù gli disse: e gli conferma per la terza volta la funzione vicaria di pastore, il primato di Pietro: «Pasci le mie pecorelle».

La morte

Poi subito aggiunse una predizione: In verità, in verità lo ti dico… Quando Gesù fa precedere le sue affermazioni da questa frase solenne di assoluta certezza, invita a riflettere su quanto dice: Quando eri giovane ti mettevi da tè la cintura e andavi dove volevi. Si è sulle rive del lago; un lago familiare agli apostoli, ai discepoli: vi hanno passato la giovinezza; tutti i ricordi vengono a galla.

Quando eri giovane ti muovevi con disinvoltura, agivi liberamente, eri — si può dire — concentrato su te stesso. Andavi dove volevi (autonomia, collaudavi le tue forze), ma quando sarai vecchio, alla soglia della morte (S. Pietro, dal ritrovamento delle ossa, si calcola che sia morto a 67 o 68 anni) stenderai le mani. Stendere le mani è una frase splendida, quasi un invito.

All’uomo sordomuto Gesù disse: «Effatà!», «Apriti» (Mc 8,34). Ai discepoli rimprovera: Perché avete «il cuore indurito»? (cf Mc 8,17). L’amore è apertura, apertura totale. Soprattutto alle soglie della morte l’amore deve toccare le punte più alte dell’incandescenza.

Stenderai le mani e un altro ti metterà la cintura: «un altro», ecco l’amore: quando tocca il vertice è obbediente, cioè è un  agli altri, si lascia condurre: e ti condurrà dove tu non vorrai; dove la natura umana non vorrebbe. Come Gesù: Perché «il mondo sappia che io amo il Padre» (Gv 14,31), è andato sulla croce.

Perché

L’indiano Tagore scrisse una piccola poesia che è un gioiello, sul motivo di amore come apertura:

« Perché la lampada si è spenta?

L’ho coperta del mio mantello,

per difenderla dal vento.

Ecco perché la lampada si è spenta.

Perché il fiore è appassito?

Io l’ho schiacciato nel mio cuore,

con inquietudine e con amore.

Ecco perché il fiore si è appassito.

Perché il fiume si è asciugato?

Io l’ho eliminato con una diga,

perché non abbia a servire che a me solo.

Ecco perché il fiume si è asciugato».

Quando noi centriamo tutto sul nostro io, è il fallimento completo. Gesù ci dice: «Stendi le mani; apriti: effatà». L’amore è apertura totale.

Disse questo per indicare con quale genere di morte doveva glorificare Dio» La morte è la massima gloria che noi diamo al Signore. Anche Gesù nella preghiera sacerdotale dice: «Padre,.. ti ho glorificato sulla terra» (Gv 17,4). La gloria indica due cose: luce, e maestà-potenza.

La gloria di Dio è lo splendore, il bagliore, il fulgore della presenza di Dio soprattutto in noi. La morte è la massima gloria che diamo al Signore, è il massimo amore che noi gli dimostriamo.

Tutta la vita è una preparazione alla morte; la morte è un passaggio: passaggio da questo mondo al Padre; è la nascita verginale: « da Maria per opera dello Spirito Santo». «Dovete nascere di nuovo, dall’alto» (Gv 3,7), disse Gesù a Nicodemo.

Ciò detto aggiunse: «Seguimi!». Ecco la seconda chiamata, la seconda vocazione: segui me. Seguire vuol dire stare con Gesù e diffondere il Vangelo.

«Il Cristo risorto — diceva S. Atanasio — fa della vita dell’uomo una gioia perenne». Se il Cristo è presente nelle profondità del nostro cuore, sgorga allora in noi quel grido di gioia, che ci permette di attraversare i deserti e i tempi di siccità di questa breve esistenza.

Gesù chiede a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?»: — un amore comparativamente più grande — un amore cristocentrico

— uno scendere nelle profondità del cuore e vedere se lì, alla sorgente, c’era davvero un amore per Gesù.

Amore eucaristico

Dalla Messa, ogni giorno, si tratta di trasportare nella vita, concretamente, l’immenso amore eucaristico che Gesù ci ha manifestato. Che cosa vuol dire partecipare al sacrificio della Messa? Vuol dire dieci cose.

1) Vuol dire celebrare in maniera attiva la morte del Signore.

È un memoriale. Cioè il sacrificio della Croce avvenuto una volta per sempre ci raggiunge, ci colpisce, ci tocca nell’istante dell’elevazione e della Comunione.

2) Vuol dire unirsi all’eterno «grazie» di Gesù Sommo Sacerdote, per la creazione e per la redenzione del mondo.

(Eucaristia = Ringraziamento).

È un’espressione di amore delicatissimo il ringraziamento. Ora noi non possiamo ringraziare Dio Padre che ci ama infinitamente, in nessun’altra maniera così bella, come per mezzo di Gesù.

3) Vuol dire rispondere di «sì» all’amore immenso di Colui che ha subito per noi la morte.

Diceva un ragazzo morto giovanissimo: «La più bella parola che mi possa dire Gesù è “sì”». Gesù è il «sì» al Padre Celeste. Noi dobbiamo dire «sì» a Gesù.

4) Vuol dire entrare con tutta la fede» con tutta la speranza, con tutta la carità nella prospettiva della trasformazione del mondo.

Questa trasformazione fu inaugurata dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. Dice S. Pietro: Passerà questo mondo. Ci saranno nuovi cieli e una terra nuova (cf 2 Pt 3,11-13). Una creazione nuova, una trasformazione totale.

5) Vuol dire gettare la propria libertà e il dono di tutti se stessi nell’amore del Signore Gesù, di cui si è fatto un memoriale reale, carico della speranza e della sua potenza vittoriosa.

Occorre gettare la nostra libertà in questo amore che vuole unicamente «raccogliere in unità — secondo la bella espressione di S. Giovanni — tutti i figli di Dio dispersi (cf Gv 11,52). Raccoglierli nell’unità del Corpo Mistico di Cristo.

Occorre dare un contributo personale a questo immenso piano di salvezza di Dio Padre. Raccogliere tutti i figli di Dio dispersi, i nostri fratelli, i quattro miliardi e più di uomini.

6) Vuol dire rinnovare la decisione di riconoscere come legge della propria vita, la croce e la morte del Signore.

Accettare la sofferenza non come sofferenza in sé, ma come lo strumento migliore per poter riunire nell’unità i figli di Dio dispersi; per poter partecipare alla risurrezione di Gesù.

7) Vuol dire gettare sul proprio avvenire, sul proprio futuro, uno sguardo pieno di attesa e di fiducia.

Un’attesa gioiosa. Noi abbiamo la promessa divina di un’apoteosi finale; bisogna aver fiducia, sicurezza, perché questo avvenire, questo nostro futuro, sarà il ritorno del Signore Gesù.

I primi cristiani facevano la Comunione con gioia e si scambiavano la parola: «Maranà tha: vieni, o Signore!» (1 Cor 16,22).

Attesa impaziente e gioiosa. Ogni Comunione deve rinnovare questa attesa meravigliosa.

8) Vuol dire impegnarsi con tutto il proprio essere a far vincere e trionfare Gesù, a far dilagare la grazia, cioè il perdono dei peccati: ad accelerare con la nostra preghiera la venuta del suo Regno.

Per allontanare il peccato, per distruggere anche un solo peccato bisognerebbe essere disposti a qualsiasi prezzo.

9) Vuol dire accettare l’alleanza che Dio ha concluso nel Sangue del suo Figlio.

Che cosa Vuol dire accettare questa alleanza? Per l’alleanza noi si diventa «popolo di Dio». Quindi Vuol dire appartenere aDio, sentire questa nostra appartenenza a Gesù.

10) Vuol dire entrare, celebrando la morte del Signore, nel mistero della sua debolezza e della sua esistenza votata all’umiltà e alla morte.

Dio ha scelto l’umiltà e la morte per operare in noi le meraviglie con la sua somma potenza; occorre quindi accettare, dice Gesù, come il chicco di grano, di cadere a terra e di morire. Solo così si porta molto frutto.

Questo Vuol dire partecipare al sacrifìcio della Messa. Vuol dire rispondere di «sì» all’amore del Signore.

Amore comunitario

— Signore, tu sai tutto; tu lo sai che io ti amo. Gesù insiste: — Pasci i miei agnelli!,.. Pasci le mie pecorelle!

Il pascolare, è l’amore particolare del pastore. La figura del buon pastore è stata profilata, tracciata da Gesù in una maniera incantevole.

S. Pietro riprenderà questa espressione di Gesù (Gesù gli ha affidato l’incarico di pascolare, cioè di amare tenerissimamente i suoi fratelli) quando scrive ai primi cristiani una frase densa: Amate la comunità dei fratelli, la fraternità (cf 1 Pt 1,22).

Comunità vuol dire comunione mutua degli uomini nell’amore; la comunità è il cuore stesso del messaggio evangelico. La comunità esiste quando le persone hanno relazioni reciproche di incontri, di accoglienza vicendevole.

Un filosofo ebreo morto qualche anno fa, Martin Buber, studiò e analizzò la profondità dell’amore nella Sacra Scrittura:

«La Comunità — scrisse — è quando una pluralità di persone (cioè parecchie persone) cessano di vivere una di fianco all’altra e diventano una che ama l’altra, una che è orientata verso l’altra, una che è aperta all’altra». Si ha allora un flusso continuo, scambievole di amore dall’«io» al «tu» degli altri.

La prima comunità biologica è la famiglia. Ma la comunità evangelica è qualcosa di più stupendo ancora. È un circolo continuo, una corrente di amore scambievole. Lo slancio di amore verso l’altra persona, quando è vero, è nello stesso tempo uno slancio di amore verso tutti gli altri. La tendenza verso la comunione mutua, vicendevole con tutti gli uomini è scritta nel più profondo della persona umana. Amarci vicendevolmente è l’esigenza somma, massima del Nuovo Testamento.

S. Giovanni ha questa frase folgorante: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1 Gv 3,14).

Due identici amori, che si fondono in uno solo, creano la comunità, soprattutto la comunità religiosa: l’Eucaristia e l’amore fraterno.

Questa comunità religiosa, questa comunità di amore, questa comunanza meravigliosa, è un preludio dell’unità totale che sarà sempre nell’altra vita, quando saremo certamente uno, quando ogni persona sarà il ciclo dell’altra.

L’ultima parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, è rivolta a Pietro (la seconda chiamata): «Segui me! – Seguimi!».Si ricollega a quell’espressione stupenda dell’Apocalisse: I vergini (come Pietro, come tutti quelli che si sono donati interamente a Gesù) «seguono l’Agnello dovunque va» (Ap 14,4).

«L’Agnello… li guiderà alle fonti delle acque della vita» (Ap 7,17) che è lo Spirito Santo. Allora si capisce l’impazienza delle prime comunità cristiane, la gioiosa impazienza: — Oh, sì, vieni presto. Signore Gesù (cf 1 Cor 16,22). «Passa la scena di questo mondo» (1 Cor 7,31b).

Un trappista, che aveva conosciuto una ragazza morta qualche anno fa, giovanissima, quando era ancora bambina e andava a sciare, ha scritto un libro che porta il titolo: «Buongiorno, sorriso». Era una ragazza che splendeva di gioia interiore.

Colpita da un male incurabile, il cancro, vide che la sua vita si stava spezzando. Le tagliarono le gambe. Le operazioni chirurgiche tentarono di fermare in qualche maniera questo male terribile che la divorava. Non riuscirono.

La ragazza tenne un diario in cui rivelò le tempeste del suo cuore, gli sbandamenti e la conquista del Signore.

Pochi giorni prima di morire, in un colloquio, le amiche di scuola che venivano spesso a trovarla, le chiesero: — Che cosa ti piacerebbe essere? Rispose: — Mi piacerebbe splendere.

Aveva letto un verso di un antico poeta greco che dice così: «Fin quando tu vivi, cerca di splendere». — In che maniera vuoi splendere? — Ardendo!

Le compagne rimasero trasecolate. Non capivano. Poi essa commentò nel suo diario, prendendo spunto da una frase di Gesù: — Essere una «lampada che arde e che splende» (Gv 5,35).