Giardino della Trinità – 1 parte

|

“Il sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una cittadina di Galilea, chiamata Nazaret, “a una vergine fidanzata a un uomo di nome Giuseppe, della casa di Davide. Il nome della vergine era Maria. L’Angelo entrò da lei e le disse: «Sia gioia a te, o piena di grazia, il Signore è con te». A quelle parole Maria rimase sconvolta e si domandava che cosa significasse quel saluto. Ma l’Angelo le disse: «Rassicùrati, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio e gli metterai nome Gesú. Sarà grande e lo chiameranno Figlio dell’Altissimo. Il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre, e il suo regno non avrà mai fine». Allora Maria disse all’Angelo: «Come avverrà questo, se io non conosco uomo?». L’Angelo le rispose:«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; perciò il bimbo sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco che Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era chiamata sterile; poiché nulla è impossibile a Dio». Maria allora rispose: «Ecco l’ancella del Signore; si faccia di me secondo la tua parola». E l’Angelo la lasciò.”

(Lc 1, 26-38)

(Traduzione dal testo greco e commento di Don Carlo De Ambrogio)

Commento

La scena dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria è incorniciata in una precisazione di tempo: “All’inizio del sesto mese di Elisabetta”. Non si sa quando ciò sia avvenuto, in che anno, in che mese. La data adottata dalla liturgia, il 25 marzo, probabilmente dipende dalla data della natività di Gesù. Il 25 dicembre, natale di Gesù, era stato scelto per sostituire alla festività pagana in onore del Sole, la nascita di Gesù, vera luce del mondo. Così si ha l’annunciazione durante l’equinozio di primavera e la nascita di Gesù nel solstizio d’inverno.

Nella scena di Nazaret tutto è diverso in confronto all’annunciazione nel Tempio a Zaccaria: diversissima la cornice esterna e diverso il comportamento interiore. L’annuncio a Zaccaria avviene nella capitale Gerusalemme; qui invece la parola dell’Angelo è nella provincia di Galilea, per metà pagana al confine col mondo non ebraico, in un villaggio insignificante, Nazaret. La prima annunciazione ha luogo nel Tempio, nel momento più solenne del culto; la seconda in una borgata quasi sconosciuta della Galilea, abitata da una popolazione assai mista. Nella prima annunciazione il destinatario era uno dei sacerdoti di Israele; qui invece la parola dell’Angelo è rivolta a un’umilissima ragazza che porta un nome tanto comune in Israele: Maria. Nessuno si trova presente. Nel Tempio tutto era grande e suggestivo; a Nazaret tutto è ordinario, semplice, in proporzione ridotta.

L’Angelo attese l’ingresso di Zaccaria nel Santo. Fu lui a ricevere Zaccaria. A Nazaret è diverso. Maria è al suo posto: è lei a ricevere. L’Angelo le va incontro; la sua prima parola è un saluto: «Sia gioia a te». C’è in queste parole un senso di ossequio, di letizia e di grazia.

Sull’origine e sul significato del nome Maria si accumulano le supposizioni. Nel 1895 ne venivano già enumerate settanta. Tra le etimologie più comuni si hanno queste: «goccia marina»; «mare amaro»; «mare splendente»; «illuminata»; «amata da Jahvé »; «signora» e «principessa». (San Gerolamo già ai suoi tempi scriveva che, in aramaico, Maria significa «Signora»). Probabilmente il nome deriva da una radice ebraica che significa «elevare», «esaltare»; trova riscontro nel sostantivo ugaritico mrjm vocalizzato in mirjam che significa «eccelso» e anche «altezza». È un sostantivo imparentato a Mariam. Quindi il significato con tutta probabilità è: «Elevata»; «Esaltata»; «Eccelsa». È l’opinione che oggi raccoglie i maggiori consensi. Al saluto dell’Angelo, Maria si inquieta: ha intuito nelle parole dell’Angelo l’inizio di un annuncio messianico. Non si tratta di paura; si tratta di commozione, di trepidazione. Il Signore la saluta con un nome nuovo, un nome stupendo: “Piena di grazia”. E Maria sente tutto lo sbigottimento di fronte a questo amore supremo di cui l’avvolge il Signore.

Nella Bibbia greca dei Settanta è usato tre volte il termine «Sia gioia a te». Si tratta sempre di un annuncio messianico. La prima volta in Sofonia, al capitolo 3°, versetti 14-17:

«Gioisci, o figlia di Sion.
Manda un grido di allegrezza, o Israele.
Esulta, trionfa con tutto il tuo cuore,
figlia di Gerusalemme.
Jahvé ha tolto la sentenza che pesava su di te,
ti ha liberato dalla mano dei tuoi nemici.
Jahvé è Re d’Israele in mezzo a te.
Tu non hai pia da temere male alcuno.
In quel giorno Jahvé dirà a Gerusalemme:
non temere, o Sion.
Non siano deboli le tue mani.
Jahvé, il tuo Dio, è in mezzo a te,
guerriero salvatore.
Egli esulterà per te di gioia;
ti rinnovellerà con il suo amore».

Sono parole che orchestrano la presenza divina, caratteristica essenziale dell’èra messianica.

La seconda volta in Gioele, al capitolo 20, versetti 21-27. Il testo dice così:

«Non temere, o terra,
gioisci e rallegrati,
poiché Jahvé ha fatto cose grandi.
Non temete, bestie dei campi,
poiché i pascoli del deserto sono rinverditi;
gli alberi hanno portato il loro frutto;
la vite e il fico dànno la loro ricchezza.
Figli di Sion, gioite,
rallegratevi in Jahvé vostro Dio.
Poiché vi ha dato la pioggia autunnale;
su di voi ha fatto scendere l’acqua
autunnale e primaverile, come una volta.
Le aie saranno piene di frumento,
i tini traboccheranno di mosto e di olio nuovo.
Vi ripagherò delle annate
in cui la locusta e il bruco,
che io avevo mandato contro di voi,
han divorato tutto.
Voi mangerete con abbondanza,
e sarete sazi.
Loderete il nome di Jahvé, vostro Dio,
che ha agito meravigliosamente con voi.
Il mio popolo non sarà mai più confuso.
E voi conoscerete che io sono in mezzo a Israele,
che io sono Jahvé vostro Dio e non altri».

La profezia messianica di Gioele prosegue preannunciando la discesa dello Spirito Santo: è un testo che Pietro citerà nel giorno della Pentecoste.

La terza volta in Zaccaria, al capitolo 9°, versetti 9-10:

«Sia grande gioia a te, figlia di Sion.
Manda un grido di allegrezza, figlia di Gerusalemme.
Ecco il tuo Re viene a te
giusto e salvatore.

Egli sterminerà i carri di Efrem
i cavalli di Gerusalemme
saranno distrutti dagli archi di guerra.
Egli parlerà di pace alle nazioni;
la sua signoria sarà da un mare all’altro
e dal Fiume all’estremità della terra».

Gli annunci sono diretti alla figlia di Sion, cioè a Israele personificato e hanno per oggetto la gioia messianica. Iniziano con un saluto di letizia: «Sia gioia a te, non temere». L’annuncio dice che Dio verrà a risiedere in Sion sulla terra come re e come salvatore. Tutti questi tratti sono presenti in San Luca con due modifiche: l’annuncio è diretto a Maria piena di grazia, non alla figlia di Sion; e colui che viene ad abitare in lei come re e salvatore è Gesù.

L’espressione piena di grazia nell’annuncio dell’Angelo è il nome nuovo di Maria; segnala la missione divina a cui Dio chiama, e svela già la portata del messaggio.

«L’amore di Dio è stato diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato comunicato», scrive San Paolo nella Lettera ai Romani. E ai Corinti scriveva: «Non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito Santo che abita in voi?». Lo Spirito Santo riempie di sé l’anima come il fuoco riempie di sé il ferro; questa vita di Dio nell’anima si chiama grazia. Lo Spirito Santo opera prodigi nella nostra anima; con indicibile amore si piega sull’immagine di Dio che è il nostro essere; vi immette, bocca su bocca, lo spirito della vita divina. L’anima nostra non può vivere separata da lui. Dio abita nell’anima nostra come questa nel corpo a cui dà vita. Ecco perché Gesù dice: «Io sono la vite, voi siete i tralci». Col battesimo noi si è innestati come un germoglio selvatico sulla vite. Come il tralcio vive della vite, così l’anima umana vive della vita di Cristo.

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi diceva: “Se colui che si trova in stato di grazia santificante potesse conoscere come è caro a Dio, ne morrebbe dalla gioia».

Nei tempi antichi i pastori usavano imprimere a fuoco un segno di riconoscimento sulle loro pecore, come indice di proprietà. In quel modo il gregge era conosciuto col nome del proprietario. Gli antichi cristiani designavano il battesimo col nome di sigillo, riferendosi al momento in cui il Buon Pastore, Gesù, imponeva sulle sue pecore il proprio segno di riconoscimento dopo di essersene conquistata la proprietà. Il battezzato veniva segnato con olio sulla fronte e, facendo questo, il battezzante diceva: «Io ti segno nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Questo segno che viene posto su di te è il segno col quale vieni contrassegnato come pecora di Cristo poiché quando una pecora è stata comperata, le si imprime un segno per poterne riconoscere il padrone». Nella grazia santificante lo Spirito Santo dà il pegno della futura eredità, una specie di anticipo, una garanzia: «Dio ci ha unti e ci ha imposto il suo segno; ci ha dato il pegno dello Spirito Santo nei cuori» (2 Lettera ai Corinti 1, 21-22) «Voi siete stati segnati con lo Spirito Santo che vi è stato promesso, che è il pegno della nostra eredità» (Lettera agli Efesini 1, 13). Lo Spirito Santo quindi diffonde luce dalla sua luce, vita dalla sua vita, santità dalla sua santità, amore dal suo amore. La vita di grazia è vita divina per gli uomini, è qualcosa che supera la natura umana. Per la vita della grazia noi siamo partecipi della natura divina. Si è come rinati a veri figli di Dio. San Giovanni della Croce ha una lirica stupenda (a commento delle parole di Gesù alla Samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio, egli ti avrebbe dato acqua viva che zampilla in vita eterna»; l’acqua viva è lo Spirito Santo):

«Io la conosco quest’acqua che zampilla e che scorre anche di notte. Il suo zampillo sfocia nella vita eterna, ma io conosco il cammino segreto che segue la sua onda anche di notte. Essa è acqua viva, che non ha conosciuto ora primitiva; ogni suo raggio ha conosciuto la luce. Io so che nulla è bello sulla terra in paragone a quella; ogni labbro cerca la sua freschezza eterna, anche di notte».