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Liturgia creativa PDF

altIl libretto di Riccardo Pane, sacerdote della Chiesa di Bologna, cerimoniere arcivescovile e docente di patristica presso la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, si presenta come un’agile guida alla liturgia, un utile strumento per capire cosa sia realmente la liturgia per comprenderne il valore. Già dalla premessa l’autore informa il lettore che il suo non è un pamphlet contro il Vaticano II: tutt’altro.

L’acerba contrapposizione alla quale oggi assistiamo tra rito conciliare e rito tridentino è una falsa contrapposizione. Non è lì il punto. Il termine di confronto vero dovrebbe essere sciatteria e trasandatezza contro cura e rispetto del rito; dissacrazione contro sacralità; presuntuosa creatività contro umile fedeltà. Questo è il vero problema. Se andiamo a indagare con lucidità, al di fuori di facili slogan, scopriamo che quello che disturba nella cosiddetta Messa di Paolo VI non è il rito in sé (per altro ben fondato anch’esso nella tradizione), ma la vergognosa banalizzazione e dissacrazione che troppo spesso si è fatta di esso. Il senso del sacro non è dato necessariamente dall’orientamento dell’altare, ma da come il sacerdote sta all’altare. Analogamente dicasi della lingua. Ma gli abusi restano tali in qualunque rito essi vengano commessi. Mette conto piuttosto domandarsi come mai negli ultimi quarant’anni gli abusi siano stati così facilmente tollerati, al punto da trasformarsi in norma di stile. Se nelle nostre parrocchie si celebrasse nel rito riformato con lo stesso stile e la stessa cura che vediamo oggi usare da chi ricorre al precedente rito, sono certo che apparirebbe con maggiore evidenza la continuità”

E il pensiero postconciliare o, meglio, paraconciliare, ha plasmato una tipologia a cui chi non aderisce è etichettato come preconciliare. Il fatto è che oggi il termine ‘preconciliare’’ ha assunto un significato nuovo, che tutti accettano senza discutere: se indosso una casula in poliestere, celebro messa con calice di legno, interrompo la liturgia con frequenti didascalie, evito il più possibile di fare il segno della croce e mi compiaccio di far partecipare i fedeli con l’ultima melodia orecchiata al festival di Sanremo, allora sono un perfetto figlio del concilio. Siccome invece mi ostino a preferire l’organo alla chitarra, il canone romano alla preghiera eucaristica V e oso persino di tanto in tanto cantare il prefazio, in tal caso sono proprio un esempio deleterio di disadattato preconciliare!»

Le sue “considerazioni irrituali” non sono certo all’insegna del politically correct: il Nostro attacca alcune prassi estranee allo spirito della liturgia e ai testi del Concilio Vaticano II, poste in essere da zelanti laici (a volte anche troppo) e soprattutto da molti suoi colleghi sacerdoti.

Alla luce dei documenti magisteriali, in particolar modo della Redemptionis Sacramentum, l’autore dimostra l’inconsistenza di molte applicazioni della riforma liturgica: la distribuzione dell’Eucarestia da parte dei laici, lo sbilanciamento antropocentrico di alcune preghiere eucaristiche, l’individualismo del popolo di Dio nel partecipare alla liturgia, lunghe omelie sganciate dalla Parola di Dio, il didascalismo dei preti, la mancata formazione liturgica, la perdita del senso del sacro, l’attivismo dei laici, “le preghiere dei fedeli con brevi di cronaca”, la dispersione generata dal segno di pace, il chiacchiericcio continuo, fedeli (e sacerdoti) che rispondono al cellulare durante la celebrazione, la fine dell’arte sacra all’insegna del pauperismo, il mancato rispetto del sacro silenzio, lo scimmiottamento delle liturgie africane e asiatiche, come i battiti di mano, paramenti variopinti, tamburi, bonghi etc.

Un’altra “stortura” è quella relativa agli altari posticci, al fine di celebrare a tutti i costi “ad populum”.  La stortura è la seguente: aver trasformato un adattamento architettonico in una sorta di dogma ad validitatem, per cui l’altare al popolo va a tutti i costi costruito, anche nelle chiese storiche nelle quali non ci entra. Pur di celebrare al popolo, si preferisce offrire il sacrificio su indecorosi tavolini che richiamano più i banchi di scuola che il luogo del santissimo sacrificio. La conseguenza è ovvia: ancora una volta si perde il senso della sacralità dell’altare e soprattutto il suo altissimo valore simbolico, diventando un ripiano qualunque, sul quale possono essere comodamente collocati libretti dei canti, libretti degli avvisi, bollettini parrocchiali, occhiali, telecomando dell’aria condizionata, chiavi della chiesa. L’ultima versione del messale romano (quella del 2002), specifica che l’altare al popolo è da costruirsi solo laddove è possibile. Specificazione tardiva, dopo tanti scempi”.

La foto scattata non è certo rassicurante. Se si perde il senso del sacro e della liturgia viene meno il cuore del cristianesimo. Di qui l’esortazione finale di “mettersi in ascolto dei testi magisteriali con un po’ più di umiltà, rimanendo a essi fedeli. Fedeli anche quando le cose non sembrano corrispondere al meglio alla nostra sensibilità, ai nostri gusti, a quello che la nostra intelligenza ci fa percepire come più logico e appetibile. La liturgia è prima di tutto mistero che ci è stato consegnato perché lo custodiamo con fedeltà”.

 

 

- Pane R. (2012) Liturgia creativa. considerazioni irrituali su alcune presunte applicazioni della riforma liturgica, 2a edizione, Edizioni Studio Domenicano, Bologna.

 

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