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Troverete un bambino avvolto in fasce PDF

alt(Traduzione dal greco e commento a cura di d. Carlo De Ambrogio)

[1]In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. [2]Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. [3]Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. [4]Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, [5]per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. [6]Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. [7]Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

[8]C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. [9]Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, [10]ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: [11]oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. [12]Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». [13]E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: [14]«Gloria a Dio nel più alto dei cielie pace in terra agli uomini che egli ama».

[15]Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». [16]Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. [17]E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. [18]Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. [19]Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. [20]I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

(Lc 2, 1-20)

 

l censimento di Cesare Augusto e il governo di Quirino costituiscono due dati storici e cronologici, che fissano l’epoca della natività di Gesù.

Questo censimento, che coincise con la nascita di Cristo, è detto il primo, perché inaugurò la serie dei censimenti; il secondo avvenne il 6 dopo Cristo. Secondo l’uso (che i papiri attestano anche per l’Egitto) ognuno doveva farsi iscrivere nella sua città d’origine.

Giuseppe salì dalla città di Nazaret alla città di Davide, chiamata Betlemme (era infatti della casa e della famiglia di Davide), per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. In Egitto le donne dovevano presentarsi personalmente agli uffici del censimento. La medesima regola esisteva probabilmente anche in Giudea. Maria era dunque tenuta ad accompagnare Giuseppe come appartenente alla casa di Davide e come sua sposa. Obbedendo all’editto di Cesare Augusto, tutti e due realizzano i disegni della Provvidenza, che disponeva gli avvenimenti in modo che il Salvatore del mondo nascesse a Betlemme, come avevano annunciato i profeti. Del viaggio, Luca non dà alcun particolare. Se ne possono congetturare l’itinerario e la durata: quattro o cinque giorni di cammino attraverso la pianura di Esdrelon, passando per Jezrael, costruita su un’altura che la unisce ai monti di Gelboe, Engannim, «la fontana dei giardini», con la sua corona di palme, il massiccio montagnoso della Samaria, le colline della Giudea, Gerusalemme e finendo, dopo nove chilometri, a Betlemme. Mentre erano a Betlemme, arrivò il tempo per Maria di dare alla luce il suo figliuolo primogenito.

L’epiteto «primogenito» si applicava al primo figlio, anche quando non dovevano essercene altri. Le parole di San Luca richiamano nella loro semplicità quelle di San Paolo: «Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò suo figlio nato da una donna, nato sotto la Legge». Il racconto del fatto più importante della storia religiosa del mondo è una lezione d’umiltà. La madre avvolse il bimbo con le fasce e, con una tenerezza da cui traspariva il rispetto, lo adagiò nella mangiatoia, che era in una grotta.

Maria doveva presentire che quella nascita sarebbe stata conforme alla condizione del Messia: gloriosa sotto certi aspetti, e tuttavia comune, dissimulata e terrena per la maggior parte degli altri. Il particolare della grotta non doveva avere ai suoi occhi tutto l’aspetto di umiliazione che ha per noi; a Nazaret le case della povera gente erano sovente ricavate nelle grotte naturali.

La nascita rappresenta un avvenimento immenso per una madre.

Maria e Giuseppe stavano finalmente per vedere colui che recava soltanto una rassomiglianza materna, che era nato dalla potenza creatrice di Dio, che rappresentava, quindi, l’immagine di Dio sulla terra al più alto grado. Per la prima volta dalle origini del mondo, si poteva, senza cadere nell’idolatria, inginocchiarsi dinanzi a un essere vivente e adorare un corpo.

L’abbraccio della madre al suo neonato è un abbraccio in cui entra naturalmente una specie di ammirazione, quella stessa che l’artista proverebbe dinanzi a un’opera uscita dai suoi pensieri; nel momento in cui se la ritrova, all’improvviso, viva, sorride felice. Ma questa ammirazione della madre è, fondamentalmente, un omaggio a Dio che ha creato. La Madre Vergine poteva adorare Colui che era nato da lei, senza correre rischio di adorare se stessa. Il Vangelo raccoglie attorno a questo bambino tutto ciò che vi è di meglio  in cielo e sulla terra.

In cielo, gli Angeli annunciano la pace «agli uomini di buona volontà» o, secondo la mentalità ebraica, «agli uomini che Dio ama». Sulla terra, alcuni pastori quella notte — come si pratica ancora ai giorni nostri — si trovavano nei pascoli a est di Betlemme, occupati a far la guardia alle loro greggi.

All’improvviso sono avvolti da uno splendore, che Luca chiama la gloria del Signore, indicando così il carattere divino dello straordinario fenomeno. Un Angelo si presenta a essi, li rassicura e comunica loro il più commovente dei messaggi: «Non temete. Ecco che vi annuncio una grande gioia, destinata a tutto il popolo».

Precisa il motivo di questa gioia e l’oggetto di questa notizia: «Oggi vi è nato un Salvatore, che è Cristo Signore nella città di Davide». E per prevenire ogni esitazione, dà un segno di riconoscimento: «Troverete un neonato avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia». È come un condensato popolare della teologia dell’Incarnazione. La voce di quell’Angelo era una testimonianza; quella di una moltitudine di altri Angeli fu un canto: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli — dicono le milizie celesti — e sulla terra pace agli uomini di buona volontà» o «che sono oggetto della benevolenza divina, che il Signore ama».

I pastori partirono in fretta. Obbedivano alla grazia di Dio. Dopo aver cercato e trovato l’umile stalla, vi entrarono come in un santuario. Ciò che videro confermò quello che avevano udito. Perciò fecero sapere ciò che era stato detto riguardo a quel bambino.

Suscitarono, intorno alla mangiatoia, un movimento di ammirazione. Il ricordo di Gesù sembra essersi perduto ben presto a Betlemme. Ma un’anima, almeno, raccoglieva tutto ciò, e lo conservava meditandolo nel suo cuore. Era Maria, da cui Luca ha avuto probabilmente tutti i particolari del suo racconto. Essa penetrava con l’occhio dello spirito nelle cose divine che si compivano davanti a lei. Ne gustava la bellezza, ne conservava il profumo. Adorava in silenzio, lei modello delle anime contemplative.

Betlemme, malgrado la sua piccolezza, era conosciuta nella storia d’Israele, per gli avvenimenti che la prepararono a diventare la città di Davide. Lì si era fatto un nome Booz; Davide suo discendente vi aveva ricevuto l’unzione regale dalle mani di Samuele.

Ma da quando vi nacque il Salvatore del mondo, Betlemme divenne uno dei luoghi più santi della terra. Le anime cristiane, di secolo in secolo, hanno, come Santa Paola, esultato al pensiero di potervisi avvicinare: «Io, miserabile peccatrice, sono stata giudicata degna di baciare la mangiatoia nella quale vagì il Signore bambinello, e di pregare nella grotta dove la Vergine Maria dette alla luce il suo Figliuolo! Ecco il luogo del mio riposo, perché è la patria del mio Maestro. Io vi abiterò perché il Salvatore l’ha scelto».

 

***

 

Il 24 dicembre 1818, ad Hallein, piccolo paese delle Alpi austriache, Don Joseph Mohr era seduto solo nel suo studio a leggere la Bibbia. In tutta la valle, i bambini erano pieni di gioia, perché era la vigilia di Natale e potevano restare alzati per la Messa di mezzanotte.

Con la Bibbia aperta, Don Mohr stava seduto alla scrivania di quercia, intento a preparare la predica per la Messa di mezzanotte. Rileggeva la storia dei pastori nei campi ai quali l’Angelo era apparso e aveva detto: «Oggi nella città di Davide è nato il Salvatore…».

Sentì bussare alla porta. Entrò una contadina avvolta in un ruvido scialle, e gli disse che quella mattina era nato un bambino alla moglie di un povero carbonaio che abitava in una delle baite più solitarie della parrocchia. I genitori l’avevano mandata a pregare il prete di venire a benedire il fanciullo, perché potesse vivere. Don Mohr fu stranamente commosso dalla visita al casolare fiocamente illuminato dove la giovane madre, stesa sul letto, sorrideva felice con il bimbo addormentato fra le braccia. La scena non rassomigliava alla mangiatoia della città di Davide; ma le ultime parole lette nella Bibbia gli parvero all’improvviso dirette a lui. Tornato nella valle, vide che i bui declivi erano illuminati dalle fiaccole dei montanari diretti verso la chiesa. Da tutti i villaggi vicini e lontani cominciarono a squillare le campane. Dopo la Messa di mezzanotte, Don Mohr cercò di buttar giù quanto gli era capitato. Le parole gli si trasformavano in versi; all’alba aveva composto una poesia. Quello stesso giorno di Natale, un amico, Franz Gruber, maestro di musica della scuola del villaggio, musicò i versi.

I fanciulli del villaggio sentirono cantare il prete e il maestro. L’organo della chiesa era guasto, perciò i due si servivano di quello che avevano: due voci e una chitarra, suonata da Franz Gruber.

— Il Signore ci sente anche senza l’organo — diceva Gruber.

Nasceva così un grande inno natalizio destinato a essere conosciuto in tutte le terre dove si celebra il Natale; quattro fanciulli lo avrebbero un giorno avviato sulla strada della fama, quattro usignoli d’oro.

Fra tutti i ragazzi della valle di Zillertal, nel Tirolo austriaco, le voci più belle le avevano i quattro bimbi Strasser: Carolina, Giuseppe, Andrea e la piccola Amalia, tanto piccina che non sapeva pronunciar bene le parole.

— Quei piccoli Strasser — diceva la gente del paese — cantano come usignoli. Ogni anno a primavera, i quattro fanciulli si mettevano in viaggio verso il nord, per Lipsia, nel Regno di Sassonia, sede della Fiera. I loro genitori erano guantai, e i bambini avevano l’incarico di esporre per la vendita i guanti di camoscio tanto ricercati.

Lipsia, nel periodo della Fiera, era animatissima e i bimbi della valle di Zillertal si sentivano sperduti in mezzo alla folla gaia e curiosa. Quando li prendeva la malinconia, si mettevano a cantare in coro. E cantavano quasi sempre la loro canzone preferita: «Il Canto di Natale».

Carlo Mauracher, costruttore d’organi, gliel’aveva ben insegnata. Un giorno in cui lo avevano chiamato in un villaggio vicino per riparare un organo, alla fine del lavoro aveva pregato l’organista di provare lo strumento. L’organista era Franz Gruber e per caso gli era venuta sotto le dita la melodia natalizia che aveva composto per Don Mohr.

— Non ho mai sentito questa melodia — disse il costruttore d’organi

profondamente impressionato. — Potrei portarla con me? Piacerebbe moltissimo alla gente del mio villaggio. Gruber si offrì di scrivergliela, ma Mauracher gli disse di non disturbarsi: l’aveva già imparata a memoria.

I fanciulli si accorsero che la bellezza del canto faceva colpo; i passanti a Lipsia si fermavano ad ascoltare incantati quella musica così bella. Un giorno, un signore d’età avanzata, presentandosi come il maestro Pohlenz, direttore generale della musica del Regno di Sassonia, offrì loro dei biglietti per uno dei concerti che dirigeva periodicamente nella Gewandhaus, l’ex sede della Corporazione dei tessitori di Lipsia. I ragazzi ne furono felici.

Entrarono nella sala, sfarzosamente illuminata e gremita di gentiluomini in marsina e di dame in abiti fruscianti, e sbigottirono. Alla fine del concerto il maestro Pohlenz si alzò ad annunciare che c’erano nella sala quattro fanciulli con voci da usignoli. I fanciulli si sentirono mozzare il fiato; e quando il pubblico cominciò ad applaudire, divennero rossi come ciliegie.

— Chiudiamo gli occhi, e pensiamo di essere a casa nostra a cantare — sussurrò Amalia ai fratellini.

La loro prima canzone fu «Il Canto di Natale». La sala ascoltò con un silenzio quasi religioso, poi gli applausi scoppiarono irrefrenabili.

Il pubblico chiese a gran voce il bis. All’improvviso sali sul palco un signore in uniforme; disse che le Loro Maestà desideravano vedere i piccoli cantori.

— È una magnifica canzone di Natale — esclamò il re dopo che i bambini gli furono presentati.

— Non l’avevamo mai sentita. Che cos’è?

— È un canto popolare tirolese, Maestà — rispose Giuseppe.

— Volete venire a cantarlo al castello per Natale? — chiese la regina.

— I nostri bambini ne saranno entusiasti.

La vigilia di Natale del 1832, nella cappella reale della Corte di Sassonia, al castello di Pleissenburg, i piccoli Strasser cantarono alla fine delle funzioni natalizie «Il Canto di Natale»:

«Silenziosa notte, notte santa,

tutto è calmo, tutto splende laggiù

intorno alla Vergine Madre e al Bambino.

Creatura santa, così tenera e gentile,

dormi nella pace celeste».

Da quella notte la canzone si diffuse nel mondo.

 

 

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