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Immacolata Assunta in Cielo PDF

alt(Traduzione dal greco e commento a cura di d. Carlo De Ambrogio)

[39]In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. [40]Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. [41]Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo [42]ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! [43]A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? [44]Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. [45]E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». [46]Allora Maria disse:

«L'anima mia magnifica il Signore
[47]e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
[48]perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
[49]Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome:
[50]di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.

[51]Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
[52]ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
[53]ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
[54]Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
[55]come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

[56]Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.  [57]Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. [58]I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.

(Lc 1,39-56)

 

Luca evoca una partenza rapida. Maria partì in fretta; non lo fece per cercare una conferma di quanto le era stato annunciato, ma per dire la sua gioia e recare un beneficio. La Madre di Dio era già una mediatrice di grazia. La regione montagnosa verso cui si dirigeva, è la catena dei monti di Giuda, che prolunga il massiccio di Samaria. Non si conosce con esattezza la città di Giuda, meta del viaggio. Una tradizione anteriore alle Crociate la situa nel villaggio attuale di Ain-Karim, l’antica Carem di cui parla la Bibbia greca dei Settanta: a sette chilometri circa a ovest di Gerusalemme. I pellegrini vi veneravano un santuario della Visitazione. Per chi veniva da Nazaret, era un viaggio di quattro giorni. Maria entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Elisabetta è figura di Israele: anziana, di famiglia sacerdotale, madre del precursore. Maria è figura della Chiesa: giovane, vergine, madre del Messia. Il saluto di Maria rivela la presenza di Dio a colei che egli onorava. Quando Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino balzò nel suo seno ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo. Il bimbo sobbalzò sotto l’azione di una grazia divina. L’Angelo aveva detto del bimbo: «Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre». La presenza del Verbo Incarnato lo santificava. Dopo di lui Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo e manifestò subito ciò che provava, non solo con parole ispirate, ma anche con il tono con cui le pronunciò. Parlò ad alta voce, cosa che mostrava già la veemenza del soffio divino che la pervadeva e disse: «Benedetta tu fra le donne e benedetto è il frutto del seno tuo». Ripeteva in due formule parallele la benedizione con cui l’angelo Gabriele aveva salutato Maria. Esaltava Maria mettendola al di sopra di tutte le figlie degli uomini. E mostrava di conoscere che Maria era la madre del Messia: al figlio di Maria dà l’appellativo di Signore, che gli attribuiva uno dei Salmi messianici più conosciuti. «Come avviene che la madre del mio Signore venga da me?». Capisce che in Maria si è compiuto un mistero; ne ha avuto il segno: «Infatti, appena il tuo saluto mi è giunto agli orecchi, il bambino nel mio seno è balzato di gioia». Tra il sobbalzare di Giovanni e la maternità di Maria c’è una relazione. È un sobbalzare di gioia; meglio ancora delle colline (di cui il salmista aveva cantato la gioia davanti all’Eterno) un’anima umana è capace di esultare nello Spirito che la fa vibrare. Elisabetta aggiunge, come conclusione, una beatitudine: «Beata colei che ha creduto nel compimento di ciò che le è stato detto da parte del Signore». La Volgata Clementina sottolinea l’applicazione, dicendo: «Te beata che hai creduto». Il senso evidentemente è lo stesso. In tutti e due i testi, il motivo per cui Maria è dichiarata beata è la fede. La fede è richiesta come adesione alla parola di Dio, che chiama, che crea, che benefica, che dona. «La più bella parola che si possa dire a Dio è sì», scrisse un santo. Maria e non Elisabetta canta il Magnificat. Il Magnificat costituisce un riassunto del suo pensiero, la modulazione della sua anima. È un canto meraviglioso per la sua limpida innocenza. Maria utilizza in sé il dono poetico, quasi allo stato puro. Il pittore Corot diceva di una tela che aveva dipinto in fretta: «Quanto vi ho impiegato? Cinque minuti e tutta la vita». Il Magnificat, ugualmente, sarà potuto durare otto o nove respiri, ma raccontava tutta un’esistenza. Maria offre, con qualche colpo d’ala, la sua filosofia della storia. La sintetizza in questa formula: Dio abbassa i potenti ed esalta gli umili. È la storia di Dio nel mondo, ma è anche la storia di Maria in Dio. Canto di n’anima familiarizzata con i testi biblici, il Magnificat mostra la freschezza di un’improvvisazione: dall’anima di Maria, così silenziosa e contemplativa, erompe un salmo di gioia.

 

***

 

La prima strofa fa cerchio attorno a Maria: «L‘anima mia glorifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore». L’ancella loda il Signore; la grandezza di Dio contrasta con l’indigenza della creatura. La lode di Dio è il respiro dell’anima di Maria. Colui che ha posato lo sguardo su di lei, cioè (secondo una formula biblica) Colui che s’è mostrato benefico con lei, è il Signore, l’Essere supremo; davanti a lui bisogna prostrarsi nell’atto di adorazione. Ma è anche il Salvatore di colei che ha scelto: egli ha manifestato la sua bontà non meno della sua potenza. Vuole soprattutto essere amato. Con un canto di gioiosa riconoscenza Maria glorifica Dio.

«La mia anima, il mio spirito»: queste due espressioni hanno forse qui il significato preciso che hanno talvolta in San Paolo? Indicano forse: l’anima, il principio delle emozioni sensibili; lo spirito, l’elemento propriamente spirituale? Sembrano piuttosto dei sinonimi; c’è parallelismo nei due versetti, e il secondo riprende l’idea del primo. La mia anima, il mio spirito, ossia tutto il mio essere esulta lodando Colui che ha chinato il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella. Dio è la salvezza: il nome del bimbo sarà Gesù, che vuol dire «Dio Salvatore». Dunque, lo spirito di Maria esulta nel suo Gesù. «Ecco che ormai tutte le generazioni mi chiameranno beata». Ripeteranno, cioè, il saluto di Elisabetta. Glorificheranno Maria nel Bambino che nascerà da lei per opera dello Spirito Santo. La loderanno per essere stata Madre di Dio. L’umile Vergine riferisce la lode unicamente al Signore, di cui si è dichiarata ancella.

Seconda strofa: Maria dilata il cerchio della sua preghiera; dilata lo sguardo verso l’umanità: «E la sua misericordia di generazione in generazione su coloro che lo temono». Anche se chiamati a divenire figli del Padre che è nei cieli, gli uomini rimangono servi di Dio. Egli solo è il Signore. Ma alla riverenza filiale della creatura risponde sempre la misericordia del Creatore; la misericordia previene ogni passo dell’uomo verso Dio. E la misericordia è eterna. «Ha mostrato la forza del suo braccio». Ha compiuto la sua opera da solo, senza l’aiuto di alcuno. Nell’incarnazione, che è lo spartiacque della storia, lo Spirito Santo sembra far intravedere a Maria le provvidenziali preparazioni del passato e le trasformazioni che si annunciano nel futuro. L’Onnipotente ha disperso gli orgogliosi; ha sconcertato i piani di coloro che si compiacciono di se stessi e giudicano dal punto di vista umano le opere divine. Il superbo è il vero nemico di Dio. Dio scompiglia la corta sapienza di chi è superbo. Alle potenze usurpatrici del mondo, Dio oppone il regno liberatore del suo Cristo: rovescia i potenti dai loro troni. Il trono di Davide va al figlio della sua umile ancella.

Il Magnificat è il canto che esalta i poveri. La povertà è recettiva e dispone l’anima ad aprirsi a Dio. C’è un parallelo tra l’inno di vittoria (nella Lettera ai Filippesi) di Cristo, che diventa povero assumendo la condizione di schiavo e si trova glorificato «da ogni lingua», e il Magnificat, in cui la Vergine canta la sua povertà di schiava davanti a Dio e dice che tutte le generazioni la chiameranno beata.

«Ha ricolmato di beni gli affamati, e ha rimandato i ricchi a mani vuote». Ha esaudito i primi e deluso i secondi. Ha accolto quelli che si sentivano indigenti, e respinto quelli che si credevano soddisfatti, lasciando loro le ricchezze terrene, di cui pretendevano valersi come di un diritto, ma che non valgono niente davanti a lui. Ha veramente agito con sovrana indipendenza.

Terza strofa: Maria volge lo sguardo a Israele, al popolo di Dio, alla Chiesa: «E si è preso cura di Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, in favore di Abramo e dei suoi discendenti, per sempre». Dio s’è mostrato fedele non meno che potente. Ha mantenuto le promesse fatte un tempo ai patriarchi. E compiendo l’opera dell’Incarnazione, ha dato prova della sua misericordia verso Abramo e verso i suoi discendenti (l’Israele secondo la carne e l’Israele secondo lo spirito, cioè la Chiesa). Abramo ricevette le promesse in ricompensa della sua fede; suoi discendenti sono tutti coloro che, di generazione in generazione, entreranno nella grande famiglia dei credenti.

Il Magnificat è il canto dell’Incarnazione.

Il cuore di Maria è un cuore che canta la lode di Dio.

La Vergine riesce ad abbozzare, nel suo Cantico, una storia universale. Ella offre, con qualche colpo d’ala, la sua filosofia della storia. È la storia di Dio nel mondo. Ma è anche la storia di Maria in Dio. La sintetizza in questa formula: Dio abbassa i potenti ed esalta gli umili.

Il Magnificat contiene una profezia. La Vergine del Magnificat proclama: ecco che tutte le generazioni mi chiameranno beata. Ella, che amava tanto non apparire, annuncia, con la massima tranquillità, che le generazioni future sino alla fine della storia si sarebbero levate, come lo Sposo e i Figli della Donna forte, a chiamarla beata. E ciò non a motivo della sua grandezza e delle sue glorie, ma a causa della sua bassezza; non è la pienezza del dono che le viene fatto a giustificare la sua beatitudine, ma il vuoto grazie al quale ha reso possibile questa pienezza. Lo dice con tutta semplicità: il suo trionfo è proporzionale alla sua umiltà. Dice semplicemente che è umile e che Dio ha operato in lei cose grandiose. Tale semplicità nel riconoscere ciò che si è, è rara. Teresa del Bambino Gesù, con quella sua gioiosa libertà di spirito che era una caratteristica di Santa Gertrude nell’ordine benedettino, ebbe delle parole che possono aiutare a comprendere quelle del Magnificat, quando vedeva il suo cielo futuro e parlava con tono di grande fiducia di ciò che vi avrebbe fatto.

 

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