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Anime adoranti PDF

(Traduzione dal greco e commento a cura di d. Carlo De Ambrogio)

54«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la Vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.

55Poiché la mia carne è un vero cibo, e il mio sangue una vera bevanda.

56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

57Come il Padre, che vive, ha mandato me, e io vivo per il Padre, così anche chi mangia me vivrà per me.

58Ecco il pane disceso dal cielo: non è come quello che mangiarono i padri e morirono; chi mangia questo pane vivrà in eterno». (Gv 6, 54-58)

 

Questo frammento di Vangelo fa parte del capitolo sesto di S. Giovanni, un capitolo interamente eucaristico, dalla prima all'ultima parola. Ci sono dei «segni»: il segno della moltiplicazione dei pani; e il segno di Gesù che cammina sulle acque, anticipo di quello che sarà il nostro corpo risorto, totalmente trasfigurato. Trasfigurato appunto perché già quaggiù si è cibato del Pane Eucaristico.

 

Gesù dice: «Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna». Mangiare! Il verbo greco è ancora più realistico: chi «mastica» la mia Carne.

Nel significato ebraico, la carne è l'essere umano, visto nella sua fragilità, nella sua miseria estrema, in raffronto all'infinita immensità di Dio. I due estremi: Dio, il Verbo; l'uomo, la carne.

«Il mio Sangue», Sangue, nel senso ebraico, è la sede della vita; per parallelismo indica l'essere umano come la parola carne.

«Ha la vita eterna»: la vita stessa di Dio, al cui confronto la nostra vita fisica attuale è zero.

«E lo risusciterò nell'ultimo giorno». Risuscitare non è tanto una rianimazione, un ritorno alla vita di prima, quanto piuttosto il passaggio a una vita immensamente superiore, la vita divina. «Nell'ultimo giorno»: cioè nel giorno finale a cui siamo avviati.

Poi Gesù ribatte il concetto precedente: «La mia Carne è un vero cibo». Nel concetto di Giovanni la parola «vero» è densissima, mette in rilievo come il cibo materiale di cui ci nutriamo è nulla, in confronto a questo Cibo divino. «E il mio Sangue una vera bevanda» che alimenta tutti.

«Chi mangia (di nuovo torna il verbo «mastica») la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in me e io in lui». Ecco un verbo tipicamente eucaristico: «rimanere». Gesù lo riprende nel discorso dell'Ultima Cena, dopo l'istituzione dell'Eucaristia: undici volte al cap. 15 nel giro di 17 versetti. «Rimanere»! È anche la risposta nostra all'amore immenso di Dio: «Rimanete nel mio amore» (15,9). Il versetto 57 è il più denso, il più carico di significato eucaristico di tutto il capitolo sesto. È un versetto che non si finirebbe mai di commentare.

«Come il Padre, che vive, (che è la Vita stessa: il Padre, Gesù lo chiama "Abbà", babbo), ha mandato me, (Gesù proclama sempre se stesso «inviato dal Padre»), e io vivo per il Padre (è il Padre la sua vita: «Io e il Padre siamo uno» - Gv 10,30. Dirà a Filippo: «Filippo, chi ha visto me, ha visto il Padre» - Gv 14,9), così anche chi mangia me, vivrà per me». Cioè la nostra vita sarà letteralmente Gesù: ecco il sogno del Padre Celeste.

Ogni babbo terreno ha un sogno grandioso per il suo bambino, ma non riesce mai a realizzarlo; lo vorrebbe la personalità più celebre, qualche cosa di divinamente bello su questa terra; ma è un sogno. Il Padre Celeste invece per ciascuno di noi ha un sogno e lo realizza. Ci vuol formare ad «immagine del Figlio suo», il dilettissimo Gesù (Rm 8,29). Questa trasformazione avviene nell'Eucaristia, perché «chi mangia me dice Gesù — vivrà per me». Diventerà letteralmente «uno» con Gesù.

«Ecco il pane disceso dal cielo». L'Eucaristia è legata all'Incarnazione: il Pane disceso dal Cielo! La vita divina fa irruzione nel mondo, lo trasforma, per cui ci saranno cieli nuovi e terra nuova (cf Ap 21,lss). Saremo totalmente trasformati, divinizzati. Noi non abbiamo l'idea di quello che saremo nel giro di non molti anni. Letteralmente divinizzati.

«Non è come quello che mangiarono i padri e morirono (non è come la manna: cadeva dal cielo, era gustosa, saporosa, ma era semplicemente un simbolo, un segno; la realtà è infinitamente superiore, è l'Eucaristia); chi mangia questo pane vivrà in eterno». Passeranno miliardi e miliardi di secoli, passeranno eternità su eternità, e noi saremo sempre; saremo in Dio; trasfigurati, trasformati in Dio, figli di Dio, eredi di Dio.

Tutto l'universo è nostro. Coeredi di Cristo: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18).

Di fronte a questo prodigio che è l'Eucaristia, non ci rimane che un atteggiamento: l'adorazione.

 

Che cos'è l'adorazione

Che cos'è l'adorazione? C'è nell'Apocalisse una scena meravigliosa che la interpreta: i beati non hanno riposo né giorno, né notte e sempre sono in vibrazione di amore e di adorazione perché dicono: «Santo, Santo, Santo il Signore onnipotente! (tre volte «Santo» è la pienezza della santità), Lui che era, che è, e che sarà nei secoli dei secoli», E si prostravano, e gettavano le loro corone di gloria dinanzi al Trono di Dio dicendo: «Tu sei degno, o Signore, di ricevere la gloria, l'onore, la potenza» (cf Ap 4,8.10-11).

Ecco: l'anima deve prima prostrarsi, cioè tuffarsi nell'abisso del proprio nulla, e poi adorare. L'adorazione è una parola di cielo.

Diceva la beata Elisabetta della Trinità: «L'adorazione, mi sembra che la si possa definire "l'estasi dell'amore"». È l'amore che schiacciato dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza dell'Oggetto amato, cade in una specie di svenimento, in un silenzio pieno e profondo. La più bella lode (poiché è quella che si canta eternamente in seno della tranquilla Trinità) è l'adorazione. Ed è, secondo l'espressione di un maestro di ascetica, «l'ultimo sforzo dell'anima che trabocca e non può più dire altro».

L'adorazione si realizza dove l'amore eterno di Dio invade con la sua presenza misteriosa. L'anima è schiacciata sotto il cumulo della felicità e della gioia. L'anima si prostra, affonda in un sentimento di riconoscenza «per il grande amore con il quale [Dio] ci ha amato» (Ef 2,4). «Troppo grande», dice S. Paolo, quindi supera i limiti che noi possiamo immaginare; supera, si potrebbe dire, l'infinito.

Elisabetta della Trinità passava molte ore, soprattutto negli ultimi mesi della malattia (morì a 26 anni), anche nella notte, sola, in chiesa dinanzi al Tabernacolo. Si rannicchiava nella cappellina, oppure si raccoglieva in un angolo del coretto dove andavano a recitare i Salmi e lì rimaneva come schiacciata dal mistero che contemplava: la presenza eucaristica di Gesù. Essere con Lui! Essere nient'altro che risposta e disponibilità. «Rimanete nel mio amore», dice Gesù (Gv 15,9).

Tuffarsi nel silenzio, sola con il Solo, affamata di silenzio per ascoltare sempre, per penetrare di più in quell'Essere Infinito. Ma questa solitudine, che si posa come un velo luminoso attorno al mistero, non è vuoto, non è assenza; è il fascino della presenza di Dio. Nell'ultimo ritiro che fece, scrisse: «Per dieci giorni farò gli Esercizi spirituali. Sarò in una solitudine assoluta. Avrò parecchie ore di adorazione, di preghiera supplementare; circolerò nel monastero con il velo abbassato. Sarò la piccola reclusa del buon Dio».

Anche in questa solitudine interiore noi incontriamo tutto il mondo, perché si ritrova all'interno dell'Uno che è tutto (cioè Dio), tutto ciò che si è lasciato fuori, in favore di quest'Uno. L'anima più raccolta, la più separata, diventa quindi la più comunicativa, perché è più vicina al Sole solitario dell'Amore. È l'atteggiamento di Maria di Betania: spezzare il vaso di profumo prezioso per profumare Gesù: tutta la casa si riempie della fragranza di quel profumo.

La solitudine dell'anima, l'adorazione profonda dinanzi all'Eucaristia, è una solitudine a due; sola con il Solo. È un «volto a volto», il «faccia a faccia» reciproco dell'Amore. S. Paolo l'ha definita bene: «Dio Padre.., ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,3-4).

Ecco la solitudine a due. L'anima di fronte a Dio. Alla sua presenza, nell'Amore. Presenza dell'una (l'anima) per l'Altro (Dio); «gli occhi negli occhi», il cuore a cuore. Ne scocca una scintilla: l'immensità di amore che trabocca da ogni parte. È una presenza divina che avvolge da ogni parte, che fa preda l'anima, che non la molla più.

Scriveva la beata Elisabetta: «Io sento tanto amore piombare sulla mia anima. È come un oceano in cui mi tuffo e mi perdo. È la mia visione celeste già su questa terra in attesa del "faccia a faccia" nella luce». L'anima diventa il Tempio di Dio, l'inabitazione di Dio diventa il cielo dell'anima. Occorre lasciarsi invadere da questa linfa divina, per cui l'Eucaristia diventa la vita della nostra vita, l'anima della nostra anima; diventa, secondo l'espressione di S. Giovanni della Croce: il «centro dell'anima».

 

Adorazione e dimenticanza di sé

Ma prima bisogna spezzare il vaso di profumo preziosissimo, disoccuparci di noi stessi.

Tutta la nostra giornata, a guardare bene, non è che un'occupazione a fare centro di tutto noi stessi; ecco il guaio. Il segreto della pace e della felicità è di dimenticarsi, la dimenticanza totale di noi stessi. Le anime che più si dimenticano, sono le più felici.

Elisabetta della Trinità aveva cambiato il suo nome e si firmava: «Elisabetta scomparente», che scompare, che si dimentica, cioè «Elisabetta dimentica di se stessa». Un semplice sguardo volto verso il Signore, dimenticando se stessi: ecco l'adorazione. Questa adorazione, questa dimenticanza di se stessi, questo volgere l'occhio verso Dio, cancella tutte le tracce del peccato. È la purezza dell'amore, perché il Salvatore stesso vive allora nella nostra anima.

Quello a cui è perdonato molto, mostra molto amore, dice Gesù (cf Lc 7,47). La frase è invertibile: A chi mostra molto amore è perdonato molto. Quello a cui è perdonato poco, mostra poco amore (cf Lc 7,47): anche qui la frase è invertibile: «A chi mostra poco amore, è perdonato poco». L'amore purifica tutto. Adorazione è dimenticanza di sé. Adorazione è amore. L'anima più libera è l'anima che più si dimentica. «Se mi domandassero — diceva la beata Elisabetta — il segreto della felicità, direi che è quello di non tener più conto di se stessi, di dimenticarsi totalmente in tutti gli istanti».

Un giorno il Curato d'Ars venne in chiesa nel pomeriggio. Pensava che non ci fosse nessuno, ma appena entrato, nella penombra della chiesa, si accorse che c'era un uomo seduto nel primo banco. Gli andò lentamente vicino, gli batté una mano sul braccio e gli chiese: — Che cosa fai qui? Quell'uomo rispose:

Io (era un contadino del paese di Ars) guardo Lui (e indicava il Tabernacolo), e Lui guarda me.

Ecco la purissima adorazione. Essere come quei fiori che sono sull'altare, che si aprono alla luce ed esalano il profumo a Gesù che è lì nell'Ostia candida, che è la vita della nostra vita. «Chi mangia me vivrà per me».

 

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